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Liberamente ispirato a "La Città di Naso ed il suo illustre figlio San Cono Abate" di Mons. Antonino Portale - 1936

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Liberamente ispirato a "La Città di Naso ed il suo illustre figlio San Cono Abate" di Mons. Antonino Portale - 1936

Nascita e Adolescenza

sanconoestasiEra il 1139 quando Conone Navacita, figlio di Anselmo Navacita (Governatore di Naso) e Apollonia Santapau, venne alla luce in quel di Naso. I suoi genitori, un pò in avanti con gli anni, desiderarono ardentemente la nascita di un figlio che potesse dare lustro al loro casato, segnalandosi per le sue opere in campo civile o militare. Con tali aspirazioni, Anselmo ed Apollonia, assicurarono a Conone le più ricercate delicatezze. Ma Conone, fin dall'infanzia, manifestò aspirazioni ben diverse, più alte: esso guardava sempre con meno interesse ai beni materiali, lasciandosi trascinare verso una vita fatta di sacrificio e meditazione profonda, comprendendo ben presto che una vita dedicata alla preghiera ed al pentimento fosse il dono più prezioso da fare al Creatore.

Col passare degli anni Conone tendeva ad allontanarsi sempre più dai piaceri della vita: la mondanità e la ricchezza non lo affascinavano, anzi riteneva che queste fossero un grave ostacolo nel suo percorso di avvicinamento alla Grazia di Dio; così, ancora giovane, si preparava ad abbandonare per sempre le ricchezze, i fasti e tutto ciò che ritenesse non fosse vicino a Dio. Egli sfuggiva quindi ai più comuni divertimenti, sebbene il suo rango sociale glielo proibisse, ed era un frequentatore così assiduo delle Chiese che i suoi concittadini erano soliti chiamarlo "l'amico del Tabernacolo".

Devoto speciale alla Vergine Purissima, così come a San Michele, già all'età di 15 anni sentì forte il richiamo della Croce: "Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me (San Matteo, 10)" furono queste le parole che, durante la Santa Messa, lo commossero così tanto da farlo cadere, piangendo, in ginocchio. Tuttavia l'affetto nei confronti dei genitori si scontrava con quello Celeste nei confronti di Dio. Ma il richiamo della Croce fu troppo forte per Conone che, in cuor suo, aveva già deciso: non erano le ricchezze, gli agi o le misere soddisfazioni terrene ad interessarlo, la sua vita doveva essere totalmente consacrata all'Amore di Dio; accanto alla Croce Redentrice deve vivere, accanto ad essa morire.

Al Monastero di San Basilio

Conone decide così di comunicare ai suoi amati genitori la decisione di ritirarsi a vita contemplativa presso il Monastero di San Basilio. Anselmo e Apollonia restano attoniti e, in un primo momento, non acconsentono a tutto ciò, opponendosi decisamente. Ma Conone, spinto dalla Divina Ispirazione, non si scoraggia e con toni dolci, ma risoluti, ribadisce le sue volontà. La parole di Conone li rattristano e commuovono al tempo stesso ma stavolta, di fronte alla Divina volontà, acconsentono alla sua richiesta. Egli così si incammina verso il Monastero di San Basilio, nei dintorni di Naso, dove viene accolto con grande entusiasmo poichè la sua fama lo aveva preceduto anche in quel luogo; tant'è che il giorno della vestizione tutti i presenti, compresi i genitori, versano lacrime di sincera commozione.

Vestita la tunica, Conone trascorre le sue giornate tra preghiere penitenze: sempre più spesso interrompe le sue poche ore di riposo per prostrarsi dinanzi al Signore. Svolge prontamente tutti i servizi più umili ed i suoi modi amabili conquistano tutti i confratelli; intanto si avvicina il momento del Sacerdozio e viene quindi trasferito nelle vicinanze di Frazzanò, dove, sotto la guida di San Silvestro da Troina e San Lorenzo da Frazzanò, accresce ancora le sue virtù. Si dedica ancora agli studi sacri, mostrandosi mente superiore e acquistando fama di sapientissimo. I suoi superiori sono talmente entusiasti delle virtù di Conone che lo invitano ad abbracciare il sacerdozio. Conone, in un primo momento, rifiuta: egli si reputa indegno di tale, sacro, compito. Ma, di fronte alle insistenze dei superiori, cede con umiltà e viene professato sacerdote.

Rocca d'Almo

Conone sente però il bisogno di salire un altro gradino verso la Santità e così, con l'umiltà che lo contraddistingueva, chiede all'Abate del Monastero di potersi ritirare a vita da eremita in una grotta nelle vicinanze del Monastero stesso. Seppur a malincuore l'abate acconsente al desiderio di Conone che quindi si ritira in una grotta che prese il nome di Rocca d'Almo (dell'Ispiratore, del Grande), in zona talmente impervia da risultare tutt'oggi inaccessibile, dove prega incessantemente infliggendo al suo corpo le più aspre penitenze, quasi a voler espiare i peccati degli uomini, e cadendo sovente in estasi, rapito dal Signore. Naso comincia ben presto a parlare delle straordinarie virtù di Conone e, con il passare del tempo, il numero di concittadini e forestieri che si recano a Rocca d'Almo aumenta sempre più: tutti ricevono conforto dalle parole dell'eremita, anche gli animi più afflitti trovano giovamento in sua presenza.

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Furono tanti i prodigi operati da Conone durante la sua permanenza a Rocca d'Almo ed uno di questi racconta di un gentiluomo di Naso che era solito inviare delle vivande al Santo Eremita. Incaricò quindi un servo di consegnare a Conone del cibo e due fiaschi di vino: l'umile servitore però, lungo la via, bevve da uno dei due fiaschi, nascondendolo tra i cespugli. Arrivato alla grotta di Conone il servo rimase sconcertato: egli sapeva del peccato di gola commesso dal servo ma, nella sua immensa benevolenza, gli consegnò una verga con la quale avrebbe scacciato la serpe avvinghiata al fiasco abbandonato tra i cespugli.

Il servo tornò quindi indietro si trovò davanti alla scena che il Santo Eremita gli aveva descritto poco prima: la serpe, alla vista della verga consegnata da Conone, si dileguò come inseguita da qualcosa di misterioso e dal sottosuolo, nel punto stesso in cui il servo aveva riposto il fiasco, iniziò a sgorgare dell'acqua purissima. Fu quindi eretta una fontana pubblica, tutt'ora visibile in Contrada San Basilio, che venne chiamata appunto "A funtana du Criato" (ovvero del servo) in ricordo del prodigio operato da Conone.

Nomina ad Abate e viaggio in Terra Santa

Successivamente, l'Abate del Monastero di San Basilio, dovendosi assentare per molto tempo, si recò da Conone invitandolo a ritornare in Convento per farne le veci in sua assenza. Il Santo Eremita, benchè fosse amareggiato al pensiero di lasciare quel solitario luogo di preghiera, ubbidì piegandosi al volere del superiore. Il ritorno di Conone fu accolto nel migliore dei modi dai suoi confratelli e, poichè il ritorno del superiore del Convento non avvenne per molto tempo, questi decisero eleggere Conone quale nuovo Abate, nonostante la sua giovane età. Durante la sua reggenza però, per motivi sconosciuti, i frati furono costretti ad abbandonare il monastero di San Basilio e si trasferirono nella parte orientale di Naso, dove allora sorgeva la Chiesa di San Michele Arcangelo (a cui Conone era particolarmente affezionato) e dove oggi, sin dal XV secolo, sorge il maestoso Tempio di San Cono.

l concittadini di Conone, ovviamente, si rallegrarono nell'averlo ancora più vicino ed infatti i pellegrinaggi presso la sua nuova dimora crescettero senza sosta: per Sua intercessione gli infermi e gli afflitti trovavano sollievo ed i suoi stessi confratelli, trascinati dal suo esempio e dalle sue parole, trassero molti vantaggi spirituali, tant'è che quel Monastero venne anche ribatezzato con l'appellativo di "Riunione degli Eletti".

Conone, spinto dalla crescente devozione verso Nostro Signore, sentì il bisogno di recarsi a visitare i Luoghi Santi e, ottenuto il permesso dei superiori, parte alla volta della Palestina, non prima però di aver salutato gli amati, ed ormai anziani, genitori. Giunto a Gerusalemme, superando numerosi ostacoli, egli pianse lacrime di dolore miste a tenerezza in ricordo della Passione di Cristo a cui quei luoghi avevano fatto da sfondo. Conone trasse quindi ancora maggior ispirazione da quel suo viaggio.

Fu proprio a Gerusalemme che l'Abate Conone compì uno dei suoi prodigi: un religioso del posto era solito ingannare i Pellegrini in Terra Santa inducendoli a versare del denaro in favore di alcune (false) opere di beneficenza. Lo stesso Conone si recò in visita dal religioso che, a colloquio con il Santo, veniva cinto in gola da una serpe. Quasi allo stremo delle forze, egli implorò l'aiuto di Conone, che quindi gli si avvicinò liberandolo dall'orrenda visione. L'impostore confessò quindi a Conone tutte le sue malefatte e quest'ultimo, ammonendolo severamente, gli impose di restituire tutto il denaro accumulato con l'inganno.

Ritorno a Naso

Per Conone giungeva il momento di fare ritorno a casa. Ma la sua fama di Santità lo precedette ancora una volta: in Calabria, nella Città di Galatro, viveva una nobile famiglia il cui unico figlio giaceva a letto, paralizzato, fin dalla nascita. I genitori di quest'ultimo, vennero a conoscenza dei prodigi operati da Conone e decisero quindi di recarsi dal Santo Pellegrino per chiedere aiuto. Questi, commosso dalle parole degli affranti genitori, li invitò ad andare in chiesa a pregare per la salute del figlio mentre egli si recò a casa dall'infermo dove lo trovò, ovviamente, a letto e impossibilitato a muoversi. Conone lo esortò ad alzarsi per raggiungere i genitori in chiesa ed unirsi in preghiera con loro: il paralitico rimase confuso di fronte alle parole del Santo che quindi esclamò: "In nome di Dio Onnipossente e Misericordioso, alzati!". Il giovane paralitico, animato dalle parole di Conone, riesce quindi a sollevarsi miracolosamente dal letto, reggendosi sulle sue stesse gambe.

Il Santo Pellegrino riprende quindi il suo cammino verso Naso dove, una volta giunto, viene informato della morte dei suoi anziani genitori. Rimasto unico erede del ricchissimo patrimonio decise di vendere tutto e, con un atto di carità degno solo dei Santi, dividere l'intero ricavato tra i poveri. Privatosi di tutti i beni terreni ereditati dal padre, Conone decide di rifugiarsi in un piccola grotta nei dintorni del Monastero, nel luogo in cui oggi sorge la Cripta che custodisce le spoglie mortali del nostro Santo Patrono. Qui continua ad allievare le sofferenze dei suoi amati concittadini, non sottraendosi mai alle loro richieste di aiuto e conforto. A quel tempo la Città di Naso fu colpita da un terribile morbo che, attaccandosi alle orecchie, provocava la morte tra atroci sofferenze. I Nasitani, afflitti, corsero ai piedi di Conone implorando la Sua intercessione: le Sue preghiere giungevano quindi in Cielo e Naso veniva prodigiosamente liberata da quella terribile piaga e tutti gli infermi su cui San Cono imponeva la sua mano destra guarivano istantaneamente.

Le virtù di Conone sono ormai note a tutti, ma una nuova prova lo attende: la figlia di una nobile famiglia di Naso, rimasta nel disonore con un giovane del luogo, per sfuggire alle ire dei genitori dichiarò che a disonorarla, contro la sua volontà, fu proprio Conone. I genitori della giovane donna in un primo momento non vollero credere alle ragioni della ragazza, salvo ricredersi di fronte alle sue insistenze. Conone venne quindi trascinato davanti al giudice: le infamanti accuse di quest'ultimo non scalfiscono l'animo del Santo, che resta sereno di fronte a tanta ignominia. Tuttavia, dopo averlo fatto denudare e fustigare, Conone viene condannato. Ma, rimasto nudo, Conone appare alla folla con il corpo segnato delle asprissime penitenze che egli stesso si infliggeva. Tutti rimangono colpiti da quella visione e, implorando perdono per le infamanti accuse rivoltegli, chiedono perdono al Santo Abate. Lo stesso governatore di Naso, informato dell'accaduto, si reca da Conone chiedendo perdono con gli occhi gonfi di lacrime. Tutti acclamano il Santo Conone riaccompagnandolo in trionfo presso la Grotta di San Michele.

Fu allora che il demonio, vistosi sconfitto dalla Santità di Conone, decise di impossessarsi della sua calunniatrice: i genitori della stessa si rivolsero a tutti i preti del paese affinchè liberassero la figlia dalla demoniaca presenza. Nessuno potè nulla. Si convinsero dunque che solo il Santo Abate, colui che avevano calunniato, potesse aiutarli: si recarono alla grotta di San Michele e chiedendo perdono per le loro calunnie implorarono Conone di liberare la loro giovane figlia. Il nobile animo di Conone non rimase impassibile di fronte ad una preghiera tanto accorata ed imponendo le mani sul capo della giovane ancora legata intimò al demonio di abbandonarne il corpo. I genitori e la stessa ragazza, ormai liberata, caddero ai piedi di Conone ringraziandolo per la sua intercessione. Anche il Governatore di Naso, che aveva condannato Conone, subì il castigo divino: il suo unico figlio, la sera stessa del processo a Conone, venne colpito da apoplessia. Sconvolto dal dolore e persa ogni speranza, il Governatore decide di rivolgersi a Conone per chiedere aiuto e si reca così alla grotta di San Michele. Conone si reca senza indugiare a casa del Governatore dove si raccoglie in preghiera di fianco al giovane. Improvvisamente pone la mano destra sul capo del ragazzo e dall'orecchio sinistro ne estrae un grosso verme di colore giallo: la vita del ragazzo è salva.

L'ultimo Prodigio

Il 28 Marzo 1236 (Venerdì Santo) al calar della sera tutte le campane delle chiese della Città di Naso iniziano a suonare senza che nessuno le toccasse. I nasitani tutti rimangono esterreffatti da questo avvenimento e si recano in massa alla Grotta di San Michele per chiedere spiegazioni all'ormai anziano Abate. Giunti alla grotta una nuova meraviglia li sconvolge: trovano il corpo di San Cono in estasi, sollevato da terra e con gli occhi rivolti al cielo. Il suo corpo è circondato da una luce purissima e tutta la grotta è pervasa di un odore soave. Dalle mani del Vecchio Eremita scende una fascia luminosa con la seguente frase:

Libera Devotos et Patriam a peste, fame et bello
et a tirannica dominatione

(Libera i devoti e la patria dalla peste, dalla fame e dalla guerra e dalla tirannica dominazione)

I suoi amati concittadini scavano quindi una sepoltura e depongono il corpo esanime del Santo nella stessa Grotta di San Michele mentre il racconto del prodigioso evento si diffonde anche nei luoghi più lontani e la Chiesa di San Michele diventa meta di pellegrinaggio anche per tanti forestieri. In tanti si ritrovarono a pregare sulla tomba di Conone e molti furono coloro che ricevettero per sua intercessione le grazie più singolari. Veniva quindi nominato Santo Patrono e Protettore della Città di Naso ed il Pontefice dell'epoca, Urbano VIII, decretava che fosse commemorato con solenni festeggiamenti.